BLOG Andrea Secci

Quella volta che ho sentito i ladri…

«Aly, svegliati…».

Scuoto la mia compagna, che è nel letto accanto a me e lo faccio con una certa irruenza.
Lei osserva la radiosveglia e sono le 2.37 del mattino.
«Che c’è? – mi chiede – Va a fuoco la radio?».
“Shhhttt!” – la zittisco – “Ascolta!”.

Rimane in silenzio con gli occhi appiccicosi, ma non sente niente. Dopo poco, un ritmico ticchettìo fuori della finestra della nostra camera da letto richiama la sua attenzione. Ora quel suono diventa un lento grattare fatto con cautela, proprio con l’intenzione di non svegliare nessuno.

«Ci sono i ladri!» – le sussurro con un filo di voce.

Resto ancora in ascolto, e quel suono ruvido e rigido, ma al tempo stesso delicato, continua, per poi smettere di colpo non appena accendo la luce. Mi avvicino alla finestra, ma Aly mi fa segno di non aprirla. E’ spaventata e lo sono anch’io. Torno a sedere sul letto, nel silenzio più assoluto e colle orecchie tese.

Non sappiamo cosa fare, restiamo immobili inorecchiti. Il rumore, però, non si ripete, così, dopo aver guardato con cautela alla finestra, spegniamo le luci e proviamo a dormire nuovamente. Il fatto è che quando si è agitati, non si riesce a prendere sonno e non mi resta che guardare la radiosveglia, che intanto lascia passare un minuto dopo l’altro. Sto per assopirmi, quando d’improvviso, rieccolo! “Grat…grat…grat…”, proprio come un tentativo di scardinare gli infissi.

«Chiamiamo i Carabinieri!» – sibila Aly. Ma i telefoni sono al piano di sotto e qualcuno deve andare a prenderli.

«Vado io!» – sussurro con un fare eroico poco credibile, tutto infagottato nel pigiama di pile con un elefantino sul petto.

«Col cavolo che resto qui da sola!» – puntualizza lei. Così, assieme, scendiamo le scale in punta di piedi e raggiungiamo l’androne d’ingresso, quand’ecco che mi viene un’idea: posso accendere le luci del cortile esterno, così se c’è qualcuno scapperà via. Raggiungo il quadro degli interruttori e li sollevo tutti, illuminando a giorno il circondario. In quel chiarore da stadio, torno alla finestra e mi faccio coraggio e mi sporgo lentamente, scorgendo sotto di me un gabbiano grosso come un pterodattilo, intento a costruire il basamento di un suo ipotetico nido sotto la nostra finestra.

Io guardo lui e lui guarda me, ruotando la testa, ma per nulla intimorito. Anzi, è quasi contrariato da tutto quell’accendi e spegni le luci.

Solo quando vede arrivare Aly con la scopa tenuta sopra la testa a mo’ di randello, il volatile capisce che non è aria. Apre così le ampie ali e ci saluta in malo modo, con il suo stridulo verso contrariato.

A quel punto, provo a riprendere il controllo della situazione: «Ti sei spaventata, piccina? – dico ad Aly e aggiungo – Che fifona che sei!». Ma subito dopo mi spavento io, perché noto che lei sta ancora facendo vorticare la scopa sopra la sua testa, mentre mi guarda con occhietti furenti. Solo che io non ho le ali per volare via…

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