BLOG Andrea Secci

Che decennio è stato per la musica

I fenomeni musicali più pervasivi e gli artisti che hanno caratterizzato e incarnato lo spirito del tempo negli ultimi dieci anni.

A guardarsi indietro per fare un bilancio della musica del decennio che sta per chiudersi ci si rende rapidamente conto di quanto sia stato ricco e rivoluzionario per diversi motivi. Il più sconvolgente è la modalità di fruizione della musica: i cd vanno in pensione, ma è lo streaming che spazza via il nostro vecchio modo di ascoltare. Spotify e YouTube sono ormai una, se non l’unica, modalità di accedere alla musica, a tutta la musica. I generi si sono contaminati grazie a questo nuovo tipo di ascolto fluido, senza confini. Scoprire nuovi artisti grazie ai suggerimenti automatici, passare da un genere all’altro, mischiare pop e underground, classifica mainstream e indie per giungere, finalmente, alla caduta dei muri, delle separazioni. Il pop è cresciuto in termini di qualità, intelligenza e soprattutto nei messaggi che si propone di comunicare. Si è espanso, ed è diventato ancora più pop, raggiungendo una nicchia che nel decennio precedente poteva ancora permettersi di snobbarlo. Di contro, un genere come il rap ha raggiunto numeri impensabili tempo fa. Di seguito abbiamo provato a elencare i fenomeni musicali più significativi e gli artisti che, con la loro personalità, oltre che con la loro musica, hanno caratterizzato e incarnato lo spirito del tempo di questi ultimi dieci anni.

Il decennio delle donne
Le siècle sera féminin, dicevano. Inizia tutto con Born This Way di Lady Gaga (2011), un inno alle differenze e all’importanza di accettare e amare se stessi. Da lì in poi, è tutto un fiorire di star, pop e meno pop: questo è di certo stato un decennio dove le artiste hanno imposto se stesse e la loro poetica in maniera pervasiva. Adele con l’incredibile successo del suo secondo album 21, uscito nel 2011, Miley Cyrus con la sua sconcertante trasformazione in “bad girl”, e l’ottimo disco Bangerz del 2013, Ariana Grande (anni importanti e difficilissimi per lei: l’attentato al concerto a Manchester, la morte dell’ex, il disco migliore realizzato finora, Sweetener), Taylor Swift (acclamata per 1989, uscito nel 2014, quest’anno si è confermata l’artista più premiata di sempre), Katy Perry, Selena Gomez, e una lunga serie di new entry, tra cui Dua Lipa, Lizzo e Rosalía. Senza contare le versioni più sofisticate: il rock di Angel Olsen e St Vincent, l’elettronica di FKA Twigs e Grimes (attesissimo il suo nuovo disco: Visions, del 2012, è stato incluso in molte liste dei migliori album del decennio). Direttamente dalla Nuova Zelanda, Lorde si è ritrovata ai party con David Bowie (a proposito, rip) e ci ha regalato due dischi perfetti (Pure Eroine, 2013 e Melodrama, 2017). Ha poi passato il testimone un’altra minorenne, Billie Eilish, oggi all’apice della gloria a 18 anni appena compiuti. Insieme a Billie, con il suo gusto per l’horror, i vestiti larghi, la voce celestiale e un genio della produzione al suo servizio (il fratello Finneas), è Lana del Rey con il suo pill-pop a interpretare al meglio le deviazioni e i simboli del sogno americano, tra Xanax e retromania, aprendo con Born to die (2012) e chiudendo con Norman Fucking Rockwell, uscito lo scorso agosto.

Jay-Z, Drake e Kanye West
Nel 2017 l’impeccabile Jay-Z, detto anche il marito di Beyoncé, si è accontentato di pubblicare uno dei migliori album del decennio, 4:44. Drake ha adottato una tecnica diversa e altrettanto efficace: ci ha accompagnato dal 2010, l’anno dell’uscita del suo primo album in studio, Thank Me Later, al 2018 (Scorpion), sfornando praticamente quasi un disco all’anno, tutti di grande qualità e successo, divertendosi a battere una serie di record (maggior numero di canzoni di un artista solista comparse in classifica, maggior numero di canzoni presenti contemporaneamente in una settimana nella Billboard Hot 100, il maggior tempo di presenza nella classifica con almeno una canzone, ecc.). Nel frattempo ha prodotto un bel po’ di hit e anche Euphoria, la bellissima serie che ha provato a raccontare la generazione Z. Il terzo re del decennio è Kanye West che ha aperto le danze nel 2010 con il suo capolavoro, My Beautiful Dark Twisted Fantasy. La sua passione per l’arte contemporanea (il sodalizio con Vanessa Beecroft, ad esempio, a cui si rivolse per il meraviglioso video “Runaway“), la sperimentazione musicale di Yeezus (2013), definito un “electro-dancehall beat poetry album”, e The Life of Pablo (2016), la moda e lo streetwear (l’enorme successo di Yeezy, l’amicizia con Virgil Abloh), le dichiarazioni pazzoidi, l’esaurimento, l’ammissione di soffrire di un disturbo bipolare (sulla copertina di Ye, 2018), il sostegno a Trump, e la recente riscoperta di un nuovo entusiasmo religioso con tanto di messe di gruppo cantate e ballate (c’è chi dice che i sunday service assomiglino ai ritrovi di una setta), sfociata nel disco Jesus is King: nel bene e nel male il marito di Kim Kardashian ha incarnato lo spirito del decennio, con tutte le sue contraddizioni.

Il rap impegnato
Nel 2017, Kendrick Lamar pubblica Damn. L’album gli vale il premio Pulitzer 2018 per la musica: è primo rapper a ottenere il prestigioso riconoscimento. Già nel 2015 il suo terzo album, To Pimp a Butterfly, aveva debuttato al primo posto nelle classifiche statunitensi. I suoi testi (secondo Billboard carichi di lirismo «shakespeariano») parlano di razzismo e ingiustizia sociale e puntano all’empowerment della comunità di colore. Tra gli altri rapper diventati famosi in questi anni, anche Childish Gambino (vero nome: Donald Glover) ha lasciato il segno col suo rap impegnato (ricordate il potentissimo video di This is America?) e la premiatissima serie tv Atlanta (2016) da lui scritta, diretta e interpretata. Una nuova consapevolezza, sicuramente attivata dalla vittoria di Donald Trump alle elezioni americane, ha spaccato il decennio in due, arrivando a contaminare i testi di molti artisti fino a quel momento abbastanza spensierati, e dando ancora più forza e potenza al messaggio di quelli che, invece, riflettevano già da tempo sulle problematiche del loro presente.

L’esplosione della trap e del pop-rap
Ricorderemo la seconda parte di questo decennio come quella dei capelli colorati, dei tatuaggi in faccia e di un nuovo genere musicale che ha preso l’hip hop e l’ha trasformato in qualcosa di nuovo e diverso. La trap è diventata mainstream: un generatore di sfumature e contaminazioni potenzialmente infinite. A differenza del rap vecchio stile, più macho che mai, la trap e il nuovo pop-rap danno ampio spazio anche alle donne: Nicki Minaj, esplosa in questo decennio, è la quarta artista donna ad aver venduto più nella storia della musica e la rapper femminile che ha venduto più dischi di tutti i tempi,Cardi B è passata dai reality al pluripremiato Invasion of Privacy, anche lei battendo una lunga serie di record. Un’altra entusiasmante novità è il successo di artisti dichiaratemnte gay in una scena che per molti anni è stata caratterizzata da dinamiche legate al maschilismo e all’omofobia: dallo straordinario, inclassificabile Frank Ocean (Blonde, del 2016, è il migliore album del decennio secondo Pitchfork) al freschissimo Lil Nas X, con il suo singolo da record (“Old Town Road”), passando per il nostro Mahmood.

L’indie italiano entra in classifica
Gli anni Dieci in Italia iniziano in un fervore (anche) chiamato indie. Le Luci della Centrale Elettrica, Dente, Brunori Sas, Zen Circus fanno quello che molti definiscono il “nuovo cantautorato italiano”. Sono Il Sorprendente album d’esordio dei Cani (2011) con le basi da cameretta, l’anonimato e dei testi fulminanti prima e le tastierine e i gelati sciolti dei Thegiornalisti con Fuoricampo (2014) poi a cambiare le carte. Roma diventa centrale nella nuovissima, a questo punto, musica italiana che da indie tutta clubbini arriva a diventare pop e a riempire – ora – i palazzetti: Cosmo che in quei palazzetti ci organizza delle discoteche, Liberato che mischia elettronica e dialetto napoletano, Calcutta che rinconcilia puristi e singalongisti da stadio. Se i talent ce l’hanno messa tutta per rifornire il pop italiano di nuovi artisti da classifica (e ci sono riusciti), l’indie ha fatto la sua parte per garantire valide alternative a chi cerca, almeno nei testi, almeno un piccolo guizzo di creatività.

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